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Kerry chiede ad Erdogan di rinviare il viaggio a Gaza, tensioni tra Usa e Ankara

Tra Stati Uniti e Ankara sale la tensione sul previsto viaggio del premier turco Recep Tayyip Erdogan a Gaza, un viaggio che preoccupa molto i leader israeliani per le conseguenze che avrebbe sui rapporti tra Israele e  Turchia oggi in fase di lento recupero. Anche i leader palestinesi a Ramallah sono in allerta preoccupati dalla mossa di Erdogan, una aperta sfida ad Israele.

La Turchia ha espresso disappunto per il modo in cui il Segretario di Stato americano John Kerry ha chiesto al primo ministro Recep Tayyip Erdogan di rinviare un viaggio nella Striscia di Gaza  previsto per il prossimo mese. Kerry, ha detto il vicepremier turco Bulent Arinc ai giornalisti, «non é stato corretto diplomaticamente«, visto che «spetta al nostro governo decidere quando e dove il nostro premier si recherà«.

Ankara è molto suscettibile sui temi della  sovranità nazionale al punto che lo stesso Erdogan e il suo partito filo islamico Akp in parlamento rifiutarono il passaggio delle truppe americane sul suolo turco ai tempi della seconda guerra contro l'Iraq impedendo l'apertura del secondo fronte contro Saddam. Un gran rifiuto che Washingotn non mai dimenticato.

Intanto oggi sono iniziati ad Ankara gli incontri turco-israeliani per concordare indennizzi alle famiglie delle vittime del raid dell'esercito dello Stato ebraico alla nave Mavi Marmara, diretta proprio a Gaza, costato la vita a nove cittadini della Mezzaluna nel maggio 2010.  L'incontro, già rinviato di una decina di giorni, arriva dopo le scuse ufficiali di Israele, presentate su pressione proprio dell'amministrazione Obama. Ed è strategica nell'ottica della normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi un tempo in forte sintonia, ma da due anni ai ferri corti, elemento che preoccupa la Casa Bianca, per cui sia Turchia che Israele sono Paesi alleati, essenziali per la ricerca di un equilibrio in Medio Oriente. Washington vorrebbe che i due paesi tornassero al dialogo dopo la clamoroso rottura avvenuta tra le nevi di Davos nel corso di un dibattito al Wef tra Erdogan e il presidente israeliano Simon Peres. Erdogan in quella occasione accusò Peres di non ascoltare le sue dichiarazioni e lasciò polemicamente la discussione prima del suo termine. Dopo lo strappo Erdogan tornò a Istanbul da eroe accolto e osannato da due ali di folla che si era radunata lungo il tragitto dall'aeroporto al centro della città sul Bosforo.    
Ecco perché il percorso di riavvicinamento tra i due paesi sembra molto complicato. Le famiglie delle vittime  sono poco propense ad accettare la sola compensazione, che comporterebbe in sostanza la rinuncia ad ulteriori mosse in sede giudiziaria. E pongono come condizione anche la revoca del blocco israeliano sulla Striscia di Gaza,  da tempo uno degli obiettivi voluti anche dal governo di Ankara che finanzia la costruzione di moschee nella Striscia. 
Nello stesso tempo, su richiesta di attivisti filo-palestinesi, in Turchia è stato aperto un procedimento contro quattro alti ufficiali  dell'esercito israeliano, sempre per la vicenda della Mavi Marmara, e la prossima udienza è in calendario per il 20 maggio. Il governo di Ankara ha lasciato intendere che un accordo sugli indennizzi svuoterebbe le ragioni legali alla base del processo ma alcune famiglie delle vittime non intendono recedere dal procedimento penale. Se Israele dovesse togliere il blocco a Gaza su pressione di Erdogan, il prestigio di Ankara nel mondo arabo, già molto forte, ne risulterebbe enormente aumentato.