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Iran, Trump sostiene le proteste in cerca di un pretesto per far saltare l’accordo sul nucleare

La fine del 2017 potrebbe riservare grandi sorprese al regime degli ayatollah in Iran in una fase molto delicata del paese che ha vinto le costose guerre per procura in Siria e Iraq contro il sedicente stato islamico ma si sta scontrando con una difficile situazione economica interna aggravata forse anche dai costi bellici degli interventi militari all’estero.  O come dice David Ignatius guardando i video delle dimostrazioni di piazza svoltesi in Iran e diffuse da Maziar Bahari, intrepido giornalista iraniano di Newsweek , “qualcosa di importante sta avvenendo in Iran” . Già ma cosa visto che mancano i repoters indipendenti sul terreno a raccontare gli eventi?

Intanto arrivano le prime prese di posizione internazionali: “Il governo iraniano dovrebbe rispettare i diritti del suo popolo, incluso quello di espressione. Il mondo sta guardando”. Lo scrive in tweet la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, in merito alle manifestazioni contro il caro vita avvenute negli ultimi giorni in numerose citta dell’Iran, capitale compresa.
Ci sono notizie di “proteste pacifiche dei cittadini iraniani stufi della corruzione del regime e dello sperpero di ricchezze
nazionali per finanziare il terrorismo all’estero”, ha aggiunto la portavoce della Casa Bianca, ostile al regime di Teheran.

Pronta la reazione dei conservatori iraniani al commento della Casa Bianca che non aspetta altro che un pretesto politico per non applicare l’accordo sul nucleare del 5+1 che congela ogni esperimento ulteriore da parte di Teheran sul controverso programma nucleare iraniano in cambio della fine delle sanzioni economiche internazionali.

I falchi del regime degli ayatollah  hanno indetto per oggi una manifestazione per commemorare l’anniversario della ‘vittoria’ del regime sulle proteste del 2009 contro la rielezione dell’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad che venne accusato dall’opposizione dell’Onda verde di aver festeggiato la vittoria elettorale ad urne ancora aperte, in pratica di aver organizzato brogli elettorali.
Le proteste di piazza di allora, organizzate dall’Onda verde e che durano 8 mesi, furono guidate dai due ex candidati alle presidenziali, Mirhossein Mousavi e Mahdi Karrubi, finiti poi ai domiciliari dove ancora languono.
La manifestazione di oggi avviene mentre crescono le proteste contro il carovita e la situazione politica, compreso contro il presidente Hassan Rohani, con cortei in diverse città dell’Iran. Il governo di Rohani, insieme ad alcuni riformisti moderati,
ha accusato gli avversari conservatori di essere dietro le proteste di piazza.

Alcuni conservatori hanno infatti sostenuto i dimostranti affermando che il popolo ha il diritto di esprimere dissenso rispetto ai propri problemi economici, un diritto che era invece considerato come sedizione ai tempi delle manifestazioni del 2009, cui parteciparono milioni di persone dentro e fuori il Paese. Ma potrebbe essere esploso il malcontento per la delusione degli scarsi risultati delle politiche economiche di Rohani che stenta a far affluire i preziosi investimenti stranieri nel settore petrolifero e energetico a causa della posizione ostile di Washington che minaccia ritorsioni finanziarie a chi dovesse infrangere con troppa disinvoltura la linea politica di Trump.

Piuttosto che focalizzarsi sull’idea di un complotto conservatore per mettere in crisi Rouhani o che sia la politica estera di coinvolgimento nelle guerre della regione il principale motivo della protesta ci si dovrebbe concentrare sui principali motivi che gli stessi dimostranti indicano: il caro vita e le sempre più difficili condizioni di vita di milioni di persone. Non bisogna dimenticare il ruolo dell’inflazione come elemento di peggioramento delle condizioni di vita di quella classe media che invece sperava in una svolta politica ed economica che tarda a venire e quindi si è decisa a manifestare la propria insoddisfazione in piazza. Anche se questo non porterà a cambi di regime ma a cambi di politiche economiche con un prezzo del petrolio che è tornato a livelli soddisfacenti. La disoccupazione rimane elevata e l’inflazione ufficiale è risalita fino al 10%. Un recente aumento fino al 40% del prezzo delle uova e del pollame, che un portavoce del governo ha minacciato di eliminazione preventiva a causa di paure di influenza aviaria, sembra aver scatenato le proteste.

Questa turbolenza iraniana sarà esaminata con grande attenzione da Steve Bannon, ex consigliere per la sicurezza di Donald Trump, poi messo in un angolo, che auspica da tempo un cambio di regime  a Teheran. Più in particolare  dai tempi di quel 4 novembre 1979 quando un gruppo di studenti universitari radicali iraniani occuparono l’ambasciata americana a Teheran per 444 giorni con sessantasei cittadini americani tra diplomatici e marines presi in ostaggio. Un punto di non ritorno per le relazioni tra Usa e Iran khomeinista. O come dice Mark Bowden raccontando quella crisi che condusse alla sconfitta l’amministrazione Carter quella del sequestro dell’ambasciata Usa a Teheran fu “la prima battaglia degli Stati Uniti contro l’Islam”.