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Erdogan e il populismo economico sul Bosforo

La Turchia si sente assediata da un complotto dei mercati contro la lira a un mese dal cruciale voto presidenziale e parlamentare anticipato del 24 giugno. E’ un’ipotesi reale? Per ora Ankara ha guadagnato tempo alzando i tassi ma le ragioni di fondo che hanno portato sull’orlo del precipizio la lira non sembrano affatto svanite. “Quelli che credono che manipolando il dollaro” rispetto alla lira turca “danneggeranno la nazione e le sue tasche e modificheranno i risultati elettorali si sbagliano”. Così era intervenuto il vicepremier e portavoce del governo di Ankara, Bekir Bozdag, dopo il pesante calo della valuta locale, che in 24 ore aveva perso circa il 5% rispetto al dollaro, toccando i minimi storici di 4,92 contro la valuta americana e l’euro.

Muharrem Ince, candidato presidente del principale partito di opposizione, il socialdemocratico Chp, aveva lanciato un ragionevole appello al capo dello stato uscente Recep Tayyip Erdogan affinché smettesse di interferire nella politica monetaria della Banca centrale, impedendole di alzare i tassi di interesse, perché “l’economia si sta per schiantare contro un muro”.

Ma molti dell’Akp tra cui il genero del presidente, Berat Albayrak, aveva detto che la lira assediata è stata vittima di una “operazione esterna” volta a far cadere il governo turco. Insomma un complotto dei mercati.

E’ così? La lira ha perso il 18% del suo valore rispetto al dollaro nell’ultimo mese. Alla fine la banca centrale ha dovuto alzare il suo tasso di liquidità a tarda notte di 300 punti base al 16,5% in una riunione straordinaria di mercoledì ma secondo HSBC dovrà portarlo al 20% per ritrovare stabilità.

La lira  dopo un recupero momentaneo ha perso però ancora terreno. Erdogan, un populista economico, vuole vedere tassi di interesse più bassi per alimentare la crescita del credito e del settore immobiliare. Gli investitori, che temono che l’economia si sia surriscaldata dopo un’espansione superiore al 7% lo scorso anno, vogliono invece un deciso aumento dei tassi per raffreddare l’inflazione che erode i loro rendimenti.

Gli investitori si chiedono se i motivi di fondo della crisi siano stati eliminati. Naturalmente il presidente continua a sostenere che la banca centrale è indipendente ma molti investitori non gli credono più. Erdogan ha smesso di ascoltare i consiglieri come Mehmet Simsek, il vice primo ministro per l’economia ed ex banchiere Merrill Lynch che era stato messo in un angolo a favore di altri consiglieri che aveva suggerito di sfidare i mercati.

Gli investitori stranieri dal novembre 2002, anno della vittoria dell’Akp, il partito di Erdogan, hanno investito massicciamente in Turchia. Il reddito pro capite è passato in dieci anni da 2.500 dollari a 10mila facendo uscire milioni di persone dalla povertà.

Il governo AKP ricordava che l’economia è tornata a salire nel 2017 del 7,4%. Vero ma questa crescita, tuttavia, è stata accompagnata dal deficit delle partite correnti che si è ampliato al 6% del Pil e dall’inflazione che ha raggiunto quasi l’11%. La Turchia ha il 33% aziende indebitate in valuta estera e questo la rende vulnerabile a rialzi dei tassi americani o del dollaro.

Durante una visita a Londra questo mese, Erdogan ha detto alla Bloomberg tv che avrebbe assunto un maggiore controllo della politica monetaria. Quello è stato un segnale di allarme. “Anche la sola minaccia di interferenze politiche nel fissare i tassi di interesse danneggerà l’economia turca – ha dichiarato Durmus Yilmaz, governatore della Banca centrale turca dal 2006 al 2011 e ora consulente di un partito di opposizione di nuova formazione, lo IYI Parti, il Buon partito, della signora Aksener, ex ministro degli Interni turco.

“Questa retorica è estremamente pericolosa e metterà la Turchia in una strada senza uscita”, ha detto Yilmaz in un’intervista rispondendo alle osservazioni di Erdogan. “La Turchia ha provato la stessa vicenda nel 1994 ed è così che siamo finiti con una crisi in cui i tassi di interesse, che all’epoca i politici ritenevano troppo alti, hanno superato il 400%”. Solo un governo tecnico alla fine rimise i conti in ordine e diede stabilità al paese dopo una attenta pulizia nei conti bancari. Ma la lezione è stato presta dimenticata.

Ora il deficit delle partite correnti è arrivato a 47,2 miliardi di dollari (5,6% del Pil) rispetto ai 33,1 miliardi (3,6% del Pil) dell’anno precedente. Inoltre le riserve valutarie ammontano a soli 87,9 miliardi di dollari. Questo dato si deve rapportare con un fabbisogno finanziario estero pari, secondo dati EIU, a 222 miliardi di dollari nel 2018. Insomma le imprese turche rischiano di dover pagare un conto salato per l’instabilità valutaria del Paese della Mezzaluna sul Bosforo.

Quello che serve, dopo l’aumento dei tassi, e la percezione che si sia capita la lezione seguita dai segnali di un cambiamento di politica dopo il giro sulle montagne russe delle ultime settimane. Non c’è nessun complotto internazionale. Altrimenti la crisi riprenderà.