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America first, gli Usa sono il nuovo paradiso fiscale del mondo?

La notizia è esplosiva ma in linea con il famoso mantra presidenziale di America first: il presidente Donald Trump vuole trasformare gli Usa nel nuovo paradiso fiscale per i ricchi del mondo e mettere in ginocchio i concorrenti, Svizzera in primis. Possibile? Vediamo come questo piano si sta lentamente realizzando in parallelo con la riforma fiscale appena varata che taglia generosamente le aliquote.

Sette anni fa, gli Stati Uniti hanno condotto uno sforzo enorme per affrontare un problema che affligge i governi ovunque nel mondo. Ogni anno, le persone fisiche riescono a evitare di pagare circa 2,5 trilioni di dollari in imposte sul reddito – una somma enorme che potrebbe essere utilizzata ovviamente per combattere la povertà, aggiornare le infrastrutture o abbassare le aliquote fiscali per i cittadini rispettosi della legge.

Ora, tuttavia, gli Stati Uniti stanno diventando uno dei migliori posti al mondo per occultare i soldi ai segugi delle tasse. È una distinzione che il paese farebbe bene a verificarne gli effetti di lungo periodo perché è una linea rossa che trasforma i rapporti in senso isolazionista e rende un paese più opaco nei confronti degli altri paesi.

Nel 2009, in seguito ai crescenti deficit di bilancio e allo scandalo delle frodi fiscali nella banca svizzera UBS AG, un gruppo di 20 nazioni sviluppate e in via di sviluppo raggiunsero un accordo: non avrebbero più tollerato la rete di paradisi fiscali, società di comodo e conti segreti che avevano favorito l’evasione fiscale. Un anno dopo, gli Stati Uniti hanno approvato la legge sulla conformità fiscale in materia di account stranieri, che richiedeva agli istituti finanziari stranieri di segnalare le identità e le attività di potenziali contribuenti statunitensi all’Internal Revenue Service, il temuto servizio fiscale degli Stati Uniti.

Sotto la minaccia di perdere l’accesso al gigantesco sistema finanziario degli Stati Uniti, più di 100 paesi – inclusi i paradisi tradizionali come le Bermuda e le Isole Cayman – si sono adeguati o hanno accettato di conformarsi.

Ci si aspettava che gli Stati Uniti ricambiassero secondo lo schema della reciprocità, condividendo i dati sui conti dei contribuenti stranieri con i rispettivi governi. Eppure il Congresso di Washington ha respinto le ripetute richieste dell’amministrazione Obama di apportare le necessarie modifiche al codice fiscale. Di conseguenza, il Tesoro americano non può obbligare le banche degli Stati Uniti a rivelare informazioni come i saldi dei conti e i nomi dei beneficiari effettivi. Inoltre, gli Stati Uniti non hanno adottato il cosiddetto Common Reporting Standard, un accordo globale in base al quale più di 100 paesi  forniscono automaticamente a un numero ancora maggiore di dati di quelli richiesti dal FATCA. Il FATCA richiede alle istituzioni finanziarie non statunitensi (Foreign Financial Institutions – FFI) di sottoscrivere un contratto (FATCA Agreement) appunto direttamente con l’Autorità fiscale statunitense (Internal Revenue Service – IRS), impegnandosi ad identificare la propria clientela.

Mentre il resto del mondo fornisce la trasparenza richiesta dagli Stati Uniti, gli Stati Uniti di Donald Trump – dice la Bloomberg – stanno rapidamente diventando la nuova Svizzera. Possibile? Esagerazioni giornalistiche? Pare proprio di no. Le istituzioni finanziarie che si occupano dell’élite globale, come Rothschild & Co. e Trident Trust Co., hanno spostato i conti dai paradisi offshore al Nevada, Wyoming e South Dakota. Gli avvocati di New York – ricorda la Bloomberg – stanno attivamente presentando il paese come un posto dove parcheggiare i propri beni. Un miliardario russo, ad esempio, un oligarca, può mettere beni immobiliari in un trust degli Stati Uniti e stare tranquillo che né le autorità fiscali statunitensi né il governo del suo paese d’origine sapranno nulla a riguardo. Questo è un livello di segretezza che nemmeno Vanuatu può offrire.

Da una certa prospettiva, tutto ciò potrebbe sembrare abbastanza intelligente: chiudere i paradisi fiscali stranieri e poi rubare i loro affari. Insomma invece di assistere alla fuga di capitali gli Usa stanno diventando ricettori a loro volta dei beni globali in cerca di segretezza. Questo sarebbe il tipo di pensiero che sta però minando la posizione dell’America in così tante aree, dal commercio al cambiamento climatico. Invece di usare il suo potere per stabilire un sistema equo di governance globale, sta chiedendo uno standard al resto del mondo che però si rifiuta di applicare a se stesso. Questa non è leadership ma sembra di essere tornati a quello che George Orwell nella fattoria degli animali descriveva in questo modo: Tutti gli animali sono uguali, tuttavia alcuni sono più uguali degli altri.