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Erdogan e la calda estate della lira turca

Ancora una volta  l’incubo valutaria di una crisi della lira per Recep Tayyip Erdogan torna in estate complice la riduzione di rimesse dei turisti stranieri che quest’anno causa Covid latitano sulle sponde del Mediterraneo e a Istanbul. Il sultano ha trasformato d’imperio Santa Sofia da museo in moschea sollevando vibrate proteste greche e di numerose cancellerie europee ma intanto due anni dopo la lira turca vacilla. La lira ha battuto un record negativo dopo l’altro, toccando nuovi minimi storici contro euro e dollaro. La valuta di Ankara è arrivata il 7 agosto  a essere scambiata anche a 7,31 contro il biglietto verde e a 8,67 per un euro, con perdite sopra il 3%, salvo poi recuperare terreno a fine giornata. Un crollo che ha spinto la Banca centrale turca a convocare una riunione urgente con gli istituti di credito.

Basterà? La prima mossa prevede il dimezzamento dalla prossima settimana  degli attuali limiti di liquidità per gli operatori principali nelle operazioni di mercato aperto. Ma l’instabilità resta forte. Erdogan minimizza. Secondo il presidente turco, “fluttuazioni simili avvengono sempre. Oggi siamo più forti di ieri e domani saremo ancora più forti”. Era la settimana di Ferragosto del 2018 quando le tensioni con gli Usa di Donal Trump per la mancata liberazione di un missionario americano arrestato dai turchi spinsero la lira turca giù di quasi il 10% in poche ore, facendo temere la fuga degli investitori stranieri. La Turchia ha una bilancia delle partite correnti in deficit e ha bisogno di investimenti stranieri per pareggiare i conti.  L’allontanamento dell’ex ministro delle Finanze Babacan apprezzato dai mercati non favorisce la ripresa della lira.

Erdogan denunciò un complotto internazionale di coloro che “manipolano” i tassi. In suo soccorso venne in realtà il Qatar, con un’iniezione di 15 miliardi di dollari che fece rimbalzare la lira. Oggi tra i principali elementi di preoccupazione c’è la diminuzione delle riserve in valuta estera di Ankara, consumate in questi mesi per contrastare il crollo valutario. “Abbiamo 105 miliardi di dollari di riserve”, ha assicurato il leader turco come riporta l’Ansa. Ma le perplessità riguardano anche la politica sui tassi d’interesse della Banca centrale che Erdogan vuole tenere bassi ad ogni costo e contro le leggi economiche. Dopo aver cacciato  Murat Cetinkaya, Erdogan ha affidato la sua campagna contro quelli che definisce “la madre e il padre di tutti i mali” al vice Murat Uysal, più propenso ad accontentarlo. In un anno, il nuovo governatore ha portato i tassi  dal 24% all’8,25%, sollevando forti dubbi sull’indipendenza della Banca centrale.

Anche i parametri macroeconomici non fanno dormire sonni tranquilli. A luglio il tasso di inflazione era all’11,7%, sopra le previsioni governative. E certo non aiutano gli effetti della pandemia, che ha duramente colpito l’export e il turismo, che vale oltre il 12% del Pil. Di nuovo, l’estate sul Bosforo si fa bollente.