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I mercati assediano la Slovenia, Fitch declassa cinque banche slovene

Continua, come previsto, l'assedio dei creditori internazionali a Lubiana che non va sul mercato dei capitali dall’ottobre 2012, ha in cassa un solo miliardo di euro e il 6 giugno deve ripagare 907 milioni di un Tbill a 18 mesi.
L’agenzia Fitch ha declassato il rating di cinque istituti bancari sloveni, tra i quali anche le due banche maggiori, la Nova ljubljanska banka (NLB) e la Nova kreditna banka Maribor (NKBM), entrambe statali con il rating sceso da BBB- a BB-. Il downgrade è dovuto all'incertezza e alle indecisioni riguardo al metodo di salvataggio delle banche slovene da parte dello stato, in primis le due maggiori. La necessità di trovare una soluzione è anche legata al deterioramento dei crediti che le banche hanno elargito ad aziende che si sono mostrate non in grado di ripagare i debiti. Secondo le stime di Fitch gli istituti NLB e NKBM necessitano di una ricapitalizzazione pari a 1,6 miliardi di euro. Le altre tre banche ad essere state declassate sono Banka Celje (da B+ a B-), Gorenjska banka (da BB- a B) e Probanka (da CCC a CC). Per l'Abanka (B-) e Banka Koper che fa parte del gruppo Imi Sanpaolo (BBB) i rating rimangono inalterati.
Le banche infatti soffono: i soldi sono stati immessi nell’economia reale, che però ora va male, crea debiti inesigibili (i crediti in soffrenza sono pari al 14,4% del totale ma nelle prime maggiori banche locali le sofferenze sono pari al 20,5% di tutti i prestiti e rispetto ai prestiti alle aziende la percentuale sale al 33%). Queste soffrenze non consenteno alle banche, quasi tutte pubbliche (tre sulle prime 4 sono statali), di restituire i prestiti ai creditori internazionali. Così è lo Stato a ballare con i rendimenti sui titoli biennali che viaggiano al 7%. Fino a quando l’economia tirava tutto bene, ora che il Pil frena le banche soffrono.
A guardare bene questa ennesima crisi dell'eurozona è diversa da tutte le cinque precedenti (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna  e Cipro) , spiega un analista locale: è un mix di fattori: 1) prestiti eccessivi di banche statali, oggi tutte in perdita, fatti ai dirigenti delle ex aziende pubbliche privatizzate, diventati imprenditori con il Management o il Levareged Buy Out, che ora però non riescono a restituire i troppi soldi presi in prestito perché confidavano in profitti stellari e fatturati in ascesa; 2) l’immancabile bolla immobiliare che ha fatto fallire la Vegrad e la STC, le maggiori aziende immobiliari del settore; 3) prestiti (che hanno toccato il 137% dei depositi finanziando la quota in eccesso con altri prestiti internazionali interbancari che ora pesano sui conti) concessi ad aziende slovene che hanno tentato la conquista nei Balcani, dove invece, hanno preso, come in Serbia, un bagno di sangue; 4) settori in crisi come l’automotive, l’immobiliare praticamente fermo e grandi nomi del commercio al dettaglio che pagano solo gli interessi sul debito.
La Banca centrale ha esortato il nuovo governo di centro sinistra del primo ministro Alenka Bratusek, insediatosi il 20 marzo, a ripredere il progetto di una bad bank per un esborso di 4 miliardi, di cui 1 per ricapitalizzare le banche, consolidare le finanze pubbliche, privatizzare le banche statali e le imprese. Ma per ora il progetto già approvato dal parlamento stenta a decollare per la forte opposizione popolare e dei sindacati.
NUOVA AUSTERITY. Per garantire la stabilità delle finanze pubbliche il governo sloveno intende diminuire del 6,4 per cento la somma totale prevista per gli stipendi dei 160 mila dipendenti pubblici, risparmiando in questo modo 158 milioni di euro. Lo ha annunciato il nuovo ministro degli Interni e della Pubblica Amministrazione, Gregor Virant, presentando un piano di risparmi e restrizioni della spesa pubblica.
«Non vedo altra opzione che diminuire gli stipendi nel settore pubblico se vogliamo limitare il deficit al 3 per cento, come previsto dalla legge sul bilancio dello Stato», ha detto il ministro, annunciando che la prossima settimana presenterà ai sindacati una proposta concreta che prevede, tra l'altro, diminuzioni dei salari lordi da un minimo del 4,5 per cento nella sanità, a un massimo del 7,9 per cento nell'istruzione pubblica, università, ricerca e cultura. "Sono più incline a questa riduzione lineare degli stipendi che a un risparmio che vedrebbe anche licenziamenti", ha aggiunto Virant.
Il ministro ha anche detto di non ritenere convincente la proposta del suo collega dell'Economia, Stanko Stepisnik, di pagare una parte dello stipendio ai dipendenti pubblici con un reddito in titoli di stato con scadenza a 12 mesi. Oltre a essere una misura "psicologicamente problematica" perchè lo Stato si comporterebbe come quelle aziende private che pagano i loro dipendenti in buoni per acquisti, ha spiegato, l’emissione dei titoli sarebbe comunque contabilizzata come spesa pubblica.
La Slovenia ha un debito pubblico rispetto al Pil pari al 54%, un deficit al 4% e  un reddito pro capite di 20mila euro. Economia con un export pari al 72% del Pil ha come  Tallone d’Achille proprio il debito estero, pari al 116% sul Pil.