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I manifestanti vogliono tornare a Gezi Park: sfida a Erdogan preoccupato dal fallimento dei Fratelli musulmani al Cairo

"La Piattaforma di solidarietà per Taksim", il movimento di protesta anti-Erdogan nato per difendere gli alberi di un piccolo parco a Istanbul e poi estesasi alle libertà civili in generale, non demorde. Ieri la Piattaforma ha invitato tutti i simpatizzanti ad entrare verso sera ed occupare Gezi Park sabato 6 luglio, nonostante la polizia abbia isolato la zona, mentre un altro gruppo metterà in scena "la prima edizione del "Gas Man Festival" a Kadiköy nella parte asiatica di Istanbul, in riferimento all’uso sproporzionato dei gas lacrimogeni da parte della polizia turca durante le recenti proteste di piazza.

La "Piattaforma" che raccoglie le forze laiche e liberali della Turchia ha annunciato che sarà a Gezi per festeggiare le due sentenze del tribunale amministrativo di Istanbul che hanno annullato il controverso progetto di pedonalizzazione di piazza Taksim e la costruzione di una caserma d’epoca dei sultani, un centro commerciale e una moschea, al posto del piccolo parco.
«Non abbiamo abbandonato le nostre richieste», si legge nella loro dichiarazione, che ha invitato tutti i manifestanti a Gezi Park alle 19 di sabato 6 luglio per mostrare la solidarietà al movimento di protesta. Una sfida aperta alla politica del pugno di ferro del premier Erdogan che protrebbe trasformarsi in nuovi scontri di piazza.
Il governo filo-islamico di Ankara è in momento difficile dopo il rovescimento dell’ex presidente egiziano Morsi e il fallimento del partito politico dei fratelli musulmani al Cairo. Mentre l'odiato Assad esulta Ankara trema. Per il ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoglu, in Egitto non è stata la piazza a deporre Morsi ma l'esercito. Si è trattato di un "golpe militare inaccettabile", ha detto il ministro noto per la sua "politica di zero problemi" con i vicini che però non ha portato molti frutti con la Siria, l'Armenia né la Grecia. Il governo di Erdogan, al potere da dieci anni ma che nelle settimane scorse è stato fortemente contestato da manifestazioni di piazza a Istanbul e in altre città turche, è impegnato da un decennio in un aspro braccio di ferro politico con i generali di Ankara. Questi dalla fondazione della Repubblica sono sttai i garanti della costituzione laica di Ataturk e  hanno svolto un ruolo da protagonisti nella vita del paese. Oggi invece sono silenziosi e sconfitti dopo purghe e condanne giudiziarie per presunti tentativi di golpe come nel caso Erkenekon, vicenda oscura mai chiarita fino in fondo.
Per Davutoglu, «i leader che arrivano al potere con elezioni aperte e trasparenti, espressione della volontà popolare, possono essere rimossi solo con le elezioni, la volontà della nazione». La storia politica turca è stata attraversata da ben tre golpe militari in vent'anni, dal 1960 al 1981, senza contare un incruento golpe post-moderno, ma il declino dei generali era cominciato alla fine degli anni '90, con l'ascesa  del primo governo islamista di Necmettin Erbakan, da una cui costola è poi emerso il partito filoislamico AKP di Erdogan.   Ora però la caduta di Morsi al Cairo suona come l'inizio del declino nella regione della parabola dell’Islam politico di cui l’Akp e i suoi successi economici era la stella di riferimento.