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Cronistoria di una fabbrica che non c’è più: da Invensys a Phoenix

L'appuntamento è al Bar Cavour a Belluno, dove Natale Trevissoi, 88 anni, ex direttore della produzione della Holzer Italia, poi diventata Eaton e infine Invensys, mi vuole consegnare un suo libro di memorie, una cronistoria di una fabbrica "che non cè più",  nata nel 1964 a Belluno e ora chiusa per delocalizzazione in Slovacchia.Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, autore locale, rischia di diventare un Deserto industriale in questo libretto di 170 pagine di ricordi di una vita di lavoro.

Una storia personale di un ingegnere italiano diplomatosi in Svizzera, con esperienze professionali in Germania, Svezia e Francia, che con tenacia ha dato un fondamentale sviluppo economico alla provincia montana, fino ad allora terra di emigrazione, portando la prima manifattura "ad alta intensità di manodopera" sul modello svizzero e facendo un esperimento industriale che ha occupato negli anni 5mila dipendenti e prodotto parecchi brevetti mondiali.Una manifattura di meccanica fine a forte contenuto tecnico e tecnologico. "Per la gente delle nostre vallate, laboriosa, precisa e disciplinata ci voleva un'azienda che fosse ad alta intensità di manodopera e non a ad alto volume di materiale".

Trevissoi, amico personale ai tempi del fondatore della Ignis di Varese, Borghi,  è fiero del suo lavoro e ha deciso di scrivere a giugno 2013 questa storia industriale di timers e apparecchi di controllo per elettrodomestici per cercare di non disperdere il patrimonio di conoscenze tecnologiche che l'attuale proprietà ha trasferito in agosto seguendo la logica del profitto a breve. Così, purtroppo, la Invensys ha chiuso lo stabilimento a Belluno e messo la parola fine a una storia di successi.

Portare via la fabbrica "è come trapiantare una pianta e farle mancare l'acqua", spiega Trevissoi che non si rassegna. "Questa è l'applicazione più deteriore della globalizzazione. Si copia, si porta via, si guarda solo al costo del lavoro, ma senza innovazione. Quindi in tempi brevi quesi prodotti trasferiti moriranno d'inedia e altri non seguiranno", continua l'ingegnere.

 

Ma c'è un seguito alla storia che l'economista Schumpeter chiamerebbe "distruzione creativa". Paola Dall'Anese scrive il 6 agosto sul Corriere delle Alpi che la vicenda non si è fermata. E ora si chiama Phoenix El-Mec la nuova società nata dalle ceneri dell’Invensys di Belluno. Come? Con una sorta di passaggio di consegne a un gruppo di imprenditori ed ex dirigenti dell’azienda.

Ne ha parlato  direttamente il presidente di Confindustria Belluno Dolomiti, Gian Domenico Cappellaro, che si è detto moderatamente contento dell’esito della vicenda Invensys, definita «la più difficile vissuta nei mesi scorsi in provincia».

L’ex direttore dell’azienda bellunese Tiziano Lazzaretto, insieme a un ex dirigente della fabbrica e al titolare della ditta De Bastiani di Puos d’Alpago (che già lavorava per l’Invensys in passato), ha deciso di acquisire alcune linee dello stabilimento e iniziare a produrre in proprio.

Il gruppo di imprenditori ha così messo il capitale per acquistare le licenze dall’Invensys per produrre temporizzatori per saune, a una condizione: la produzione dovrà essere accompagnata dall’acquisizione di tutto o in parte il pacchetto clienti di questa linea e di tutti o in parte i volumi per poter avviare l’attività. Poi la nuova società dovrà continuare con le proprie forze.

Ce la faranno i nuovi pionieri? Glielo auguriamo. E vogliamo chiudere con una frase sempre di Trevissoi: "Spostandoci continuamente dove il lavoro costa meno si creano macerie e si inaridiscono i mercati tradizionali. Ce ne saranno poi di nuovi?" Buona domanda. L'esperienza americana dove il presidente Barack Obama ha deciso di far rientrare le fabbriche spostate all'estero negli anni passati e di ricreare una classe media di operai che possa sostenere il mercato interno, testimonia che la globalizzazione selvaggiaalla lunga  non paga perché inaridisce i mercati tradizionali. Si può sopperire alla disocupazione creata dalla delocalizzazione con il credito al consumo, i mutui subprime, la finanza creativa, ma alla fine bisogna tornare alla dura realtà, ai fondamentali.

E l'esperienza di questi ultimi anni sono proprio lì a testimoniare che "ci vogliono strategia orientate all'innovazione e allo sviluppo, non accecate dall'apparente momentaneo guadagno della delocalizzazione". Speriamo che anche i politici si sveglino dal torpore autoreferenziale e tornino ad occuparsi dell'economia reale.

vittorio.darold@ilsole24ore.com

twitter vittoriodarold

 

 

  • giovanni |

    complimenti davvero a lei che ha pubblicato questo spaccato di cruda verità, e soprattutto all’autore che, nonostante la sua veneranda età, è molto più lucido di qualsiasi nostro imprenditore, e manco a dirlo molto più statista di qualsiasi nostro politico

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