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L’accordo sulla Grecia spinge in avanti i problemi e non risolve nessun nodo strutturale di Atene

L’accordo dell’eurogruppo e il Fmi del 25 maggio 2016 sulla Grecia spinge il barattolo più avanti senza risolvere nessun nodo strutturale del paese mediterraneo in attesa della prossima crisi. Vediamo perché dopo aver analizzato l’intesa tra eurogruppo e Fmi sottoscritta nella notte tra il 24 e il  25 maggio 2016 a Bruxelles.

Handelsblatt, il quotidiano economico tedesco non ha dubbi: il vincitore dell’accordo è il potente ministro delle Finanze, Wolfagang Schaeuble che ha ottenuto quello che voleva alla vigilia. Non si parla infatti di riduzione del debito se non dopo il 2018, cioè dopo le elezioni tedesche. Inoltre il Fmi resta a bordo alle condizioni che voleva la Germania, cioè senza dove tornare di fronte al Bundestag per un nuovo voto.

Certo anche il premier greco Alexis Tsipras porta a casa il risultato di aver finalmente posto il tema della riduzione dl debito sul tavolo dei negoziati, ma a un prezzo molto caro fatto di misure recessive e nuove imposte.

L’accordo finale approva le dure misure prese da Atene per soddisfare le richieste dei creditori e prevede innanzi tutto che la Grecia possa supplire ai propri bisogni di finanziamento a breve termine con una nuova «tranche» di prestiti dell’Eurozona (la seconda del terzo programma di salvataggio) da 10,3 miliardi di euro, di cui 7,5 miliardi entro giugno, e il resto in ottobre dopo che verranno verificate se le riforme sono state implementate.

L’accordo permette di ricucire lo strappo fra l’Eurozona e il Fmi, che finora non aveva voluto partecipare al terzo programma concordato l’estate scorsa perché considerava che il debito greco non fosse “sostenibile” senza un suo ulteriore e cospicuo alleggerimento (soprattutto attraverso un prolungamento a lunghissimo termine delle scadenze di rimborso e una riduzione dei tassi).

È sui termini di questo alleggerimento ci si sono manifestate le difficoltà maggiori a trovare un accordo, viste in particolare le forti resistenze tedesche. E nonostante il fatto che sia proprio la Germania che insisteva di più perché il Fmi continuasse a partecipare pienamente al programma per la Grecia.

Alla fine, fatto salvo il principio per cui non ci sarà nessun «haircut», ovvero un taglio netto del valore nominale del debito greco (il «principale») – secondo l’accordo – si è concordato che sarà alleggerito l’onere del debito, cioè quello che la Grecia paga in interessi ai suoi creditori ogni anno, ma senza entrare nei dettagli delle misure che saranno prese a lungo e lunghissimo termine, che saranno decise e quantificate solo nel 2018, alla fine del terzo programma greco e a condizione che sia stato attuato con successo.

Ufficialmente il 2018 è l’anno della fine del terzo piano di aiuti, praticamente è dopo le elezioni tedesche previste nel 2017.

È la maggiore concessione che ha fatto il Fmi, che inizialmente chiedeva di decidere le misure di alleggerimento del debito all’inizio (e non alla fine) del programma deciso nell’agosto scorso, come condizione per parteciparvi. Su questo punto cruciale è passata la visione tedesca del «falco» Wolfgang Schaeuble, il ministro delle Finanze, che ora non dovrà presentare al Bundestag una decisione di alleggerire il debito greco prima delle elezioni in Germania, previste alla fine del 2017.

Sono in ogni caso state prese alcune decisioni che renderanno più gestibile l’onere del debito greco a breve termine, con una riduzione degli interessi che Atene avrebbe dovuto pagare nel 2017 sui prestiti ricevuti col secondo programma (dell 2012) e un adattamento al livello bassissimo attuale degli interessi pagati all’Esm (Meccanismo europeo di Stabilità, il fondo garantito dai paesi dell’Eurozona che finanzia i prestiti con emissioni sul mercato).

Inoltre, e questo è particolarmente importante per il Fmi, anche se le misure di medio e lungo termine non sono state quantificate, si è deciso di fissare un parametro importante per la sostenibilità delle finanze di Atene, fissando praticamente un tetto complessivo agli oneri del debito che la Grecia dovrà pagare ogni anno: il fabbisogno lordo di finanziamento («gross financial needs») del Paese non dovrà superare il 15% del Pil nel medio termine e il 20% successivamente.

Un altro elemento di discordia fra l’Eurozona e il Fmi riguardava l’avanzo primario (ovvero il bilancio al netto degli interessi sul debito) chiesto alla Grecia. L’Eurogruppo (soprattutto su spinta di Shaeuble) chiedeva che raggiungesse il 3,5% del Pil a partire dal 2018 e poi si mantenesse su questo livello negli anni successivi. Per il Fmi, invece, mantenere per anni un avanzo primario così consistente sarebbe un obiettivo troppo ambizioso e insostenibile per un paese piegato da una crisi gravissima e lunghissima come la Grecia, e sarebbe più realistico limitarsi all’1,5% del Pil. Alla fine, si è deciso di lasciare solo l’obiettivo del 3,5% per il 2018, senza precisare se debba essere mantenuto successivamente. Insomma tutto rinviato.

A questo punto, la decisione del Fmi di «tornare a bordo» del programma greco sarà raccomandata dal management al board del Fondo per essere presa entro la fine del 2016, ma bisognerà vedere come si comporteranno i paesi non europei, come il Brasile, che sono contrari a nuovi prestiti senza haircut.

Erano poco controversi, infine, gli altri due elementi della discussione, che sono passati senza difficoltà e hanno consentito la conclusione positiva della prima «review» (verifica) del terzo programma, aprendo la strada all’esborso della «tranche» da 10,3 miliardi di euro: da una parte le notevoli riforme strutturali che Atene ha effettivamente già approvato per legge (la riforma delle pensioni, l’aumento dell’Iva, la creazione di uno strumento per gestire i crediti deteriorati del sistema bancario e la creazione del Fondo per le privatizzazioni); dall’altra il cosiddetto meccanismo di contingenza (voluto in particolare dal Fmi, ma anche da Berlino), che farà scattare tagli di bilancio o aumento di introiti fiscali automatici e «orizzontali» (fatti salvi alcuni settori prioritari) nel caso in cui non sia raggiunto l’obiettivo fissato per l’avanzo primario.

Una austerità preventiva senza programmi di crescita nei settori del futuro (dell’energia eolica e solare) o riforma delle strutture pubbliche sanitarie, dell’istruzione e di riscossione fiscale e lotta ai potentati oligarchici locali che bloccano la libera concorrenza nell’economia e negli appalti pubblici e dominano nel settore dei media.

Il modello di sviluppo ellenico dopo tre piani di crediti e un haircut nel 2012 sui bond da 100 miliardi di euro al settore privato, il maggiore dei tempi moderni, resta quella di un paese dominato dalle oligarchie con ampie zone di economia clientelare, evasione fiscale e corruzione. E dove le privatizzazioni a volte sono determinate a vantaggio dei creditori più forti, vedi il caso delle privatizzazioni degli aeroporti regionali greci finiti alla società pubblica tedesca degli aeroporti di Francoforte.  Una società pubblica greca non andava bene alla troika, una società pubblica tedesca, invece, sì. Per un paese a forte orientamento turistico è come consegnare il proprio destino nelle mani di altri.

Per questi motivi il terzo piano di aiuti della troika non è risolutivo e non risolve nessun nodo strutturale del paese mediterraneo in attesa della prossima crisi.