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Per Draghi è tempo di una riflessione sull’euro

Il ventesimo compleanno dell’euro non è motivo di trionfalismo, ma piuttosto di una franca riflessione sulla moneta unica, ha detto Mario Draghi nella conferenza stampa finale del 2018 a Francoforte. La conferenza stampa del presidente della Banca centrale europea del 2018 è stata in gran parte focalizzata sulla fine di nuovi acquisti di asset (Qe) sebbene continueranno i riacquisti dei bond in scadenza fino a quando sarà necessario, in un contesto di rallentamento dell’economia. Ma rispondendo alla domanda di un giornalista, secondo la Bloomberg, ha ammesso che mentre l’euro è stato un “successo”, non tutti hanno beneficiato allo stesso modo. In che senso? Draghi, che sabato celebrerà il ventesimo compleanno dell’euro con un discorso in Italia, ha ammesso che i benefici della moneta unica non sono stati distribuiti finora uniformemente.

Per quanto riguarda il motivo, “alcuni hanno a che fare con responsabilità nazionali, altre no”, ha affermato. Piuttosto che un’occasione di celebrazione retorica, l’anniversario dovrebbe essere il momento di una “sincera e intima introspezione che potrebbe ispirare azioni future su come completare l’unione monetaria”.  In che senso?

Draghi non ha voluto dire di più, per ora, ma qualche riflessione sulla distribuzione dei benefici si può tentare in attesa di ulteriori spiegazioni ufficiali. Secondo la regola di Taylor che prende in esame inflazione core e disoccupazione per calcolare l’esatto tasso di interesse la Germania dovrebbe avere saggi di interessse al 3,6% e non a zero come ora. Questo evidentemente avvantaggia l’export tedesco che usa un euro più debole di quanto sarebbe il Deutsche Mark con evidenti vantaggi sui costi dei beni esportati e infatti la Germania ha un surplus commerciale dell’8% del Pil, superiore allimite del 6% previsto dai Trattati.  Altri paesi come Francia e Italia invece soffrono di una inflazione che non arriva nemmeno al limite del 2% dopo 4 anni di acquisti massicci di bond sovrani e societari, cioè di politiche monetarie non convenzionali. Una bassa inflazione colpisce soprattutto i Paesi indebitati come Italia e Francia appunto che non vedono calare il proprio fardello del debito ma anzi lo vedono salire anche in presenza di surplus di bilancio primario, cioè al lordo del costo degli interessi sul debito. La Germania invece ha visto ridursi il proprio debito. Gli economisti Bce stimano che l’inflazione cresca al ritmo dell’1,8% quest’anno, dell’1,6% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020. Troppo poco per i paesi indebitati.

Vero è che all’ingresso nella moneta unica l’Italia e altri paesi del Sud Europa hanno avuto una forte riduzione dei tassi di interesse, un risparmio che ha prodotto il famoso tesoretto che avrebbe dovuto essere usato per ridurre il debito. Ma i tedeschi ricordano spesso, come l’economista Sinn in una lunga intervista al Sole 24 ore in occasione di un forum Ambrosetti di qualche anno fa, che così non è stato lamentando la perdita di un’occasione mancata e di promesse non mantenute che hanno minato la fiducia tra partner.

L’euro è diventato la valuta ufficiale di 11 paesi europei il 1 gennaio 1999, anche se ha iniziato a circolare in forma fisica tre anni dopo. Mentre l’area dell’euro si è espansa fino a comprendere 19 nazioni, i dubbi sul suo futuro persistono da quando la crisi del debito sovrano ha introdotto la possibilità (nel 2015 è stato il caso della Grecia a un passo dall’uscita) che un paese possa lasciare l’unione monetaria. “Se prendi i 20 anni, vedi due periodi diversi”, ha detto sempre Draghi a Francoforte. “Il primo è stato un ciclo di prolungata moderazione, il secondo è stato un periodo di crisi”.