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Nel fortino di Davos, assediato da populismi e sovranisti, la globalizzazione fa i conti con le sue mancate promesse

Chi c’è e chi si defila al Wef di Davos 2019? Mai come quest’anno la lista degli assenti e presenti è sintomatico di una linea politica verso il multilateralismo. La partecipazione a Davos, club per eccellenza della globalizzazione dei commerci e dell’economia, è stata cancellata dalla Casa Bianca per tutta la delegazione Usa, anche per il segretario di stato Mike Pompeo e per il segretario al Tesoro Steven Mnuchin. Lo ha detto la portavoce presidenziale Sarah Sanders, spiegando il forfait con lo shutdown. Anche Donald Trump, come già annunciato da giorni, non andrà. E questo partito lo possiamo definire i contrari alla globalizzazione e al multilateralismo. A questo elenco dei contrari si sono aggiunti i colpiti dagli effetti della globalizzazione, cioè Theresa May per la vicenda tormentata della Brexit e il presidente francese Emmanuel Macron, per le proteste di piazza dei Gilet Gialli. Non ci saranno nemmeno leader regionali importanti come l’argentino Mauricio Macri e il messicano Andres Manuel Lopez Obrador né Emmerson Mnangagwa, Presidente dello Zimbabwe, costretto a casa dalle rivolte in corso nel paese.

Visto che il tema del Wef 2019 è “la globalizzazione 4.0: plasmare un’architettura globale nell’era della quarta rivoluzione industriale”, appare evidente che gli assenti sono coloro che non condividono la globalizzazione o la stanno subendo nei suoi effetti sociali. Tra i paradossi di Davos 2019 va segnalato che le ricchezze personali di una dozzina di partecipanti a Davos del 2009, cioè dieci anni dopo, sono aumentate di oltre 175 miliardi di dollari, anche se la mediana della ricchezza delle famiglie degli Stati Uniti è rimasta ferma, ha reso noto un’analisi di Bloomberg. Paradossi che non si fermano alle diseguaglianze sociali in aumento. C’è anche chi prevede un futuro distopico con un’aristorazia affluente contrapposta a una maggioranza di persone con bassi salari e che passerà il tempo giocando online. Così la vede l’economista inglese Adair Turner, ex  responsabile dell’autorità britannica di vigilanza dei mercati finanziari, secondo cui l’automazione farà sparire la classe media.

In effetti il tema di quest’anno al Wef riprende due tendenze principali. Uno: questo è un momento difficile per la cooperazione globale, poiché la legittima frustrazione per il fallimento della globalizzazione nel migliorare costantemente gli standard di vita si riversa nel populismo e nel nazionalismo. E due: un’intera nuova ondata di cambiamenti si sta abbattendo su di noi nella forma della rivoluzione digitale high-tech. Con il cambiamento climatico che pone una minaccia esistenziale al nostro futuro comune, dobbiamo trovare modi migliori per far funzionare l’economia globale, e in fretta, dicono gli organizzatori che hanno sempre saputo elencare i problemi sul tapppeto in maniera impeccabile, meno le loro possibili soluzioni. Ma questo compito, si sa, spetta ai politici e agli amministratori delegati che vengono tra le nevi dell’Engadina per annusare l’aria che tira.

Chi ci sarà

Ci sarà la Cina, ovviamente divenuta l’alfiere della globalizzaizone e dei mercati aperti senza troppe intrusioni esterne sul rispetto dei diritti umani, con Wang Qishan, vicepresidente della Repubblica popolare cinese, come pure la cancelliera tedesca Angela Merkel, che, sebbene un po’ ammaccata politicamente e con un’economia che flirta con la recessione, sarà al Forum economico mondiale (WEF) di Davos tra le nevi dei Grigioni. Sembra quasi che la Merkel abbia voluto esserci proprio perché Trump abbia deciso di rinunciare, così da rimarcare ancora una volta la distanza che la seprara dal presidente americano.

Atteso al Wef invece il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte. Il programma ufficiale prevede anche la partecipazione del ministro dell’Economia italiano Giovanni Tria, che parlerà in un panel accanto all’omologo tedesco Peter Altmayer e al commissario Ue Pierre Moscovici. E fra gli altri leader mondiali ci saranno il giapponese Shinzo Abe, dopo una tappa a Mosca e un incontro con Putin per discutere delle isole contese delle Curili, il presidente brasiliano fresco di giuramento Jair Bolsonaro, il premier spagnolo Pedro Sanchez, Sebastian Kurz, cancelliere federale dell’Austria., Mark Rutte, primo ministro dei Paesi Bassi, Erna Solberg, primo ministro norvegese, Leo Varadkar, premier della Repubblica d’Irlanda, Benjamin Netanyahu, primo Ministro di Israele e Jacinda Ardern, primo Ministro della Nuova Zelanda .

L’elenco dei presenti comprende anche un lungo elenco di paesi emergenti che vedono con estremo favore la globalizzazione e i suoi benefici effetti come Ivan Duque, Presidente della Colombia; Abiy Ahmed, Primo Ministro dell’Etiopia; Faiez Al Serrag, primo ministro della Libia; Rami Hamdallah, primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese; Martin Alberto Vizcarra Cornejo, Presidente del Perù; Paul Kagame, Presidente del Ruanda; Cyril M. Ramaphosa, Primo Ministro del Sud Africa; Yoweri Kaguta Museveni, presidente dell’Uganda; Nguyen Xuan Phuc, Primo Ministro del Vietnam.

Sono tra i circa 3000 partecipanti provenienti da tutto il mondo e da ogni sfera di influenza: mondo degli affari, governo, società civile, mondo accademico, arte e cultura e media. Dal 22 al 25 gennaio, si riuniranno nella città svizzera di Davos, innevata, per discutere su come costruire una versione migliore della globalizzazione. E quest’anno si dovrà aprire la cassetta del pronto soccorso per rimettere in sesto una globalizzazione con troppe ossa rotte.