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In Iran è festa amara, a 40 anni della rivoluzione khomeinista, le sanzioni mandano in recessione l’economia (-3,6%)

In Iran si  festeggiano i 40 anni di regime khomeinista con imponenti parate militari dell’esercito che è presente in Iraq, Siria e Libano. Ma i costi di queste guerre e gli effetti delle sanzioni americane hanno messo l’economia in ginocchio. Dopo le sanzioni americane decise a maggio ed entrate in vigore il 7 agosto 2018 su acquisti di dollari e oro e il 4 novembre su quelle petrolifere la situazione economica è letteralmente precipitata.

Le stime del Fmi

Secondo gli ultimi dati dell’Fondo monetario internazionale l’economia iraniana è andata in recessione nel 2018 (-1,5%) e peggiorerà (-3,6% ) nel 2019, prima di riprendersi nel 2020. Inoltre a Teheran c’è un’inflazione galoppante del 34% e una tasso di disoccuazione al  14,5%. con punte del 25% per quella giovanile mentre il rial si svaluta senza freni. Le esportazioni di greggio iraniano a novembre sono crollate a meno di 1 milione di barili al giorno, dalle vendite regolari di 2,5 milioni di barili prima che le sanzioni fossero imposte a maggio e riportandole ai livelli in cui si trovavano durante il precedente ciclo di sanzioni nel 2012-16, secondo quanto riportto dalla Reuter. Insomma una ricorrenza sotto l’assedio degli effetti devastanti delle sanzioni volute dal presidente americano, Donald Trump, il rappresentate di quel “Grade Satana” con cui Teheran ha un braccio di ferro che dura da 40 anni.

La ricorrenza della rivoluzione iraniana

L’Iran Il 1° febbraio 1979, l’aereo che trasportava da Parigi l’ayatollah Khomeini atterrò tra una folla festante all’aeroporto di Teheran. Quattro decenni fa, nei mesi che precedettero la rivoluzione islamica in Iran, l’ayatollah Ruhollah Khomeini in esilio a Parigi fece molte promesse che venivano diffuse nel Bazar di Teheran con le cassette registrate che arrivavano clandestinamente dall’esterno. Non c’era ancora Internet, né social media ma cassette registrate dei discorsi della futura Guida suprema. L’Ayatollah parlava del rispetto dei diritti delle minoranze, della democrazia e dell’uguaglianza per le donne. Ovviamente cercava alleati politici per far cadere lo Scià che venne anche criticato per la durezza della repressione della sua polizia segreta da parte del governo di Washington. Un errore fatale che facilitò la caduta del regime filo occidentale dello Scià e la successiva presa dei 53 ostaggi americani da parte degli studenti iraniani per 444 giorni nella Ambasciata Usa a Teheran. La crisi tra Iran e il “Grande Satana americano” secondo la famosa frase di Khomeini contribuì ad affondare la presidenza del presidente democratico Jimmy Carter e le sue speranze di rielezione. Gli ostaggi americani furono liberati il 20 gennaio 1981 e la crisi aiutò a far eleggere alla Casa Bianca il “falco” Ronald Reagan che prometteva di mostrare i muscoli al mondo ma che rischiò anch’egli di bruciarsi con l’affaire Iran-Contras , noto anche come Irangate, uno scandalo di un traffico illegale d’armi con l’Iran su cui vigeva l’embargo il cui ricavato doveva servire a finanziare l’opposizione armata dei Contras al regime sandinista in Nigaragua.

L’errore di Foucault

Ma torniamo al cambio di regime 40 anni fa in Iran. Intellettuali occidentali come il defunto filosofo francese Michel Foucault elogiarano apertamente la visione “liberale” di Khomeini. In Iran, liberali, nazionalisti e comunisti erano felici di unirsi ai suoi seguaci per rovesciare il regime fillo occidentale dello Scià. Il carismatico Khomeini stava dicendo quello che i suoi interlocutori volevano sentirsi dire.

Ma era solo tattica per arrivare al potere. Khomeini “non era rinchiuso in tutto ciò che aveva detto”, secondo Abolhassan Bani-Sadr, il primo presidente del paese dopo la rivoluzione. Parlando in un’intervista questo mese, l’ex presidente ha detto che Khomeini ha descritto le promesse che ha fatto prima di arrivare al potere come “convenienti”. Cio adatte ad andare al potere.

Il valayat e-faqih

Poco dopo essersi dichiarato capo supremo, Khomeini abbandonò quasi tutti i suoi impegni pubblici. Nel suo libro del 2016 “Democrazia in Iran: perché fallito e come potrebbe riuscire”, il professore Misagh Parsa descrive il governo post-rivoluzionario di Khomeini come “uno stato esclusivo” che “ha respinto la promessa della democrazia”. In realtà la costruzione dello stato iraniano è una secie di  ircocervo, un misto tra sistema liberale rappresentativo e teocrazia dove l’ultima parola spetta alla guida suprema. In sostanza Khomeini   volle una nuova Costituzione impostata attorno al concetto di velayat e-faqih, traducibile come “governo del giureconsulto”, cioè un governo dove l’ultima parola spetta alla guida religiosa suprema. La nuova Costituzione trasformò l’Iran in una teocrazia sciita islamica e per un certo periodo cercò anche di esportare il modello nel mondo islamico, in Iraq prima, in Libano poi con gli Hezbollah, in Yemen oggi con gli houthi.

Gli ayatollah avevano molto lavoro da fare per instaurare una teocrazia nel XX secolo, un passo reazionario provocato dal balzo troppo veloce verso la modernità impresso dallo Scià che voleva imitare l’azioneriformatrice  svolta da Kemal Ataturk in Turchia. Il clero sciita bandì l’alcol e la musica popolare alla radio e alla televisione e formò una polizia del buon costume che vigila sul rispetto dei precetti morali islamici nei luoghi  pubblici. Poi il regime promulgò decreti per punire gli adulteri e altri criminali con frustate e lapidazione. Nel 1988 ci furono esecuzioni di massa di ben 40.000 nemici dello stato. Tra il 1979 e il 2009 il regime ha arrestato, imprigionato o ucciso almeno 860 giornalisti, secondo Reporter senza frontiere.

Fino ad oggi, come nella Unione sovietica stalianiana, le trasmissioni televisive di stato hanno reso pubbliche le confessioni dei “nemici del popolo”. È stata proprio la scorsa estate che Maedeh Hojabri, una ginnasta adolescente, ha confessato il crimine di pubblicare video di se stessa su Instagram ballando senza l’hijab richiesto.

Masih Alinejad nel mirino

Proprio la settimana scorsa, il ministro della Giustizia iraniano ha annunciato che avrebbe iniziato a perseguire la giornalista e attivista dell’Onda verde, (il movimento che tentò di riformare il regime dall’interno sotto la guida di Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi), ora rifugiatasi in America, Masih Alinejad, dopo aver incontrato il Segretario di Stato americano Mike Pompeo. Anche lei è accusata di incoraggiare le donne iraniane a condividere video di se stesse che tolgono il loro hijab, il velo islamico.

Nel frattempo, secondo Bloomberg opinion, lo stato costruito da Khomeini ha fallito sia politicamente che economicamente. La Guardia rivoluzionaria dell’esercito, ad esempio, controlla grandi quote dell’economia del paese che resta legata ai destini del settore del petrolio e del gas, la grande ricchezza del paese. L’attuale leader supremo e il successore di Khomeini gestiscono un fondo per un valore di decine di miliardi di dollari, secondo un’indagine Reuters del 2013, costruita in parte su beni che lo stato ha sequestrato ai cittadini iraniani.

Molti iraniani sono insoddisfatti. Proteste e scioperi a livello nazionale sono iniziati a dicembre 2017 e continuano sporadicamente. Gli iraniani, a grande rischio personale, registrano frequentemente la loro insoddisfazione nei confronti dei loro governanti nelle proteste di piazza, con graffiti e account anonimi sui social media. Gli iraniani all’estero, esiliati per scelta o per necessità, stanno iniziando a pianificare ciò che verrà dopo il regime. Ma in passato molte aspettive di apertura sono andate deluse mentre il clima generale dell’economia globale volge al peggio e non conviene a nessuno continuare a mantenere fuori dai giochi un paese di 80 milioni di persone, in maggioraza giovani ed istruiti e soprattutto ricco di “oro nero”.

Usa e Ue divisi sul nucleare iraniano

Nessun analista sa prevedere cosa possa accadere a breve a Teheran ma il regime change sembra un miraggio sebbene le sanzioni americane facciano male all’economia il rial perde valore e le proteste per il caro vita si facciano sempre più frequenti. Eppure l’Iran ha diviso l’amministrazione Trump dalla posizione europea che vuole mantenere in vita il dialogo con Teheran e l’accordo sul nucleare voluto da Barack Obama.  Anche Russia e Cina vorrebbero manatenere in vita l’accordo.

Gli Usa lamentano che troppi leader occidentali europei ingenuamente continuano a fidarsi dei successori di Khomeini. Bruxelles sta anche preparando un veicolo speciale che consenta alle pmi  europee di salvarsi dagli effetti delle sanzioni americane contro l’Iran. L’Unione Europea e l’ex Segretario di Stato John Kerry, stanno lavorando per salvare l’accordo del 2015 che limita il programma nucleare iraniano. Ma Trump e il suo consigliere alla Sicurezza, John Bolton, vogliono risolvere un braccio di ferro con Teheran che dura da 40 anni.