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Turchia, Moody’s taglia il rating e la lira va in sofferenza

Recep Tayyip Erdogan il 13 gennaio 2017 aveva definito alcuni degli investitori internazionali senza mezzi termini “terroristi”. Chi parlava era il leader dell’Akp, il partito di governo filo-islamico da 18 anni al governo senza interruzioni che aveva sconfitto i militari custodi della laicità del Paese della Mezzaluna sul Bosforo e che si era sbarazzato di qualsiasi figura che nel partito lo avrebbe potuto contrastare, dall’ex presidente della Repubblica, il moderato Abdullah Gul all’ex ministro dell’Economia e vice premier Ali Babacan, un esperto di mercati al vice premier Mehmet Simsek, ministro delle Finanze dal 2009 al 20015 e prima dirigente di Merril Lynch.  «Se si guarda allo scopo, non c’è nessuna differenza tra un terrorista che ha in mano una pistola e una bomba e un terrorista che ha in mano dollari, euro e tassi d’interesse». «Stanno usando il cambio come un’arma. Abbiamo dei problemi ma questi non giustificano l’attuale cambio della lira». Così si esprimeva in modo un po’ colorito ad uso delle masse anatoliche conservatrici il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, dopo che nei primi giorni del 2017 la lira turca aveva toccato nuovi minimi storici contro diverse valute straniere, in concomitanza con l’avvio delle votazioni in Parlamento sulla controversa riforma costituzionale presidenzialista osteggiata dal maggior partito di opposione laica (Chp) e dal partito curdo (Hdp). Poi c’è stata la crisi valutaria del 2018, quando la lira perse rapidamente metà del suo valore in una crisi che scosse i mercati emergenti. Ora si sta avvvicinando la seconda ondata visto che i problemi economici di allora non sono mai stati affrontati in modo radicale.

La lira turca è scesa al minimo storico rispetto al biglietto verde il 15 settembre dopo che l’agenzia americana Moody’s ha declassato il rating del debito della Turchia a “B2”, portando come motivazioni le maggiori vulnerabilità esterne e l’erosione delle riserve fiscali (e valutarie, ndr) nel paese sul Bosforo. La lira è scesa fino a 7,4970 per dollaro negli scambi a Istanbul, portando le sue perdite dall’inizio di quest’anno al 21%. La valuta turca ha registrato un minimo contro l’euro a 8,9037, raggiungendo un calo del 25% dalla metà del 2019. Questa svalutazione favorisce le aziende esportatrici ma crea problemi a quelle imprese turche che hanno contratto debiti in valuta forte e hanno entrate in valuta locale. E sono molte in queste condizioni.

Moody’s ha parlato di una possibile crisi della bilancia dei pagamenti e dell’incapacità o della riluttanza delle istituzioni del paese ad affrontare efficacemente tali sfide. Il problema è che in questi casi la banca centrale dovrebbe alzare i tassi e frenare il credito ma Erdogan  si oppone e l’autonomia delle banca centrale vacilla come pure la fiducia degli investitori internazionali. “È sempre più probabile che le vulnerabilità esterne della Turchia si concretizzino in una crisi della bilancia dei pagamenti”, hanno scritto gli analisti di Moody’s Sarah Carlson e Yves Lemay. Possibile? “Con l’aumento dei rischi per il profilo di credito della Turchia, le istituzioni del paese sembrano non essere disposte o incapaci di affrontare efficacemente queste sfide”. Un giudizio pesante che non mancherà di essere attaccato da Erdogan che parlerà di tentativi di destabilizzare il paese sempre più al centro di contese con la Grecia, Cipro e ora anche la Ue sui confini marittimi e i diritti di estrazione di idrocarburi nel Mediterraneo orientale. Erdogan deve tenere conto in questo caso che il Paese non può affrontare due crisi contemporaneamente: quella con la Ue e i suoi vicini e quella valutaria.